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Arancio e giallo a scala
sul piano-forte dei ricordi
smembrato assenso ad un accordo
profondo e lieve

come le palme che confondono
le stelle alpine e i datteri
con quel tanto di acciaio
a reggere
l'eco di neve pura

nel caldo disperante dell'estate.

Scuoti il tempo che hai, lasciando tracce
di tacchi troppo alti e rosa

- come il fiocco di nascita appena l'altro ieri -
di bottoni asimmetrici e stringhe di delfino
in cerca di caselle da ordinare.

Ma è lo spazio che vuoi prima delle forme
l'ago non cuce il vento
l'oceano non si fa stirare in file di plissé soleil
strette ed esatte

vieni da architetture in costruzione
cannocchiali puntati all'orizzonte
soltanto quando il sole abbronza

e ridi e piangi e aspetti una cometa
- statistiche del caos che poi si aggiusta -

gambe incrociate sopra il nuovo mondo
che è la poltrona rossa dove siedi sempre
se non ti alzi e vai a costruirlo.


Le mani giunte ad unire l'eclissi al mezzogiorno
la luna cieca deve diventare argento
pur rendendomi conto che nessuna foglia è uguale
da autunno rosso a prime primavere

che conoscere è terra ed uragano
quando muta la geografia dei volti
- non erano più gli stessi luoghi
le città seminate ad altre anime -
e il palcoscenico non ha scenario.
Improvviso al momento sulle rive del Gange
sotto grattacieli qualsiasi a vetri azzurri

un palmo stretto all'altro
non c'è domanda
un filo d'erba è un secolo

un sorriso, anche se non importa.

Si è mossa la paura dietro una vetrina
ha strappato l'abito nero e si è sciolta i capelli
candida come il gesso e la purezza
nuda come una pagina scivolata nel ghiaccio.

Adesso puoi parlare
adesso ascolto
-chiusa dentro il cappotto nei raggi della pioggia-
puoi dirmi che la stagione sta cambiando
crescono gelsomini nel deserto e querce sopra i dromedari

l'abito nero a terra
adesso che
ho il naso dritto a respirare inverno.